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Comunità Parrocchiale

“B.M.V. dall’Angelo Annunziata” 

- Gruppo giovanile “Sicomoro” -

Biancavilla

 

Casa “Madre Teresa di Calcutta”

Via Tutte Grazie n° 108, Biancavilla (CT)

 

La Casa “Madre Teresa di Calcutta” è un 

Progetto fortemente voluto da noi ragazzi

del Gruppo “Sicomoro” della Parrocchia

Annunziata di Biancavilla, con l’incorag-

giamento e il sostegno del nostro parroco, 

don Giovambattista Zappalà.

L’idea nasce come frutto del Giubileo, in

quanto ispirati dalle parole di Papa Francesco:

 

 

Come sarebbe bello se come monumento

del Giubileo  della misericordia ci fosse

in ogni diocesi un’opera di misericordia”.

 

 

L’obiettivo della suddetta Casa è quello

di fornire un servizio di raccolta e distribuzione

di vestiario, come suggerisce

la terza opera di misericordia corporale:

“Vestire gli ignudi”. 

 

 

SERVIZIO DI RACCOLTA:

Il servizio è attivo tutti i MARTEDI’,

dalle 16.00 alle 18.00.

 

DISTRIBUZIONE ABITI:

Il servizio è attivo tutti i SABATI,

dalle 15.00 alle 17.00 (ora solare),

dalle 16.00 alle 18.00 (ora legale).

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Le Origini

 

Si tratta del terzo edificio religioso in ordine di tempo realizzato a Biancavilla. I lavori iniziarono intorno all'anno 1600 nel luogo in cui, all'epoca, si trovava l'estremo limite meridionale del territorio urbanizzato. La chiesa dedicata a Maria SS. Annunziata, venne inaugurata e benedetta nel 1604 dal Vescovo di Catania. L'attuale aspetto dell'edificio è il frutto di oltre 400 anni di storia e di radicali interventi succedutisi dai primissimi anni del '600 sino a tutto il '900.

Nel '600 i cataclismi e le eruzioni fino al 1693 con il terribile terremoto, sconvolsero l'intera area pedemontana risparmiando alcuni paesi tra cui Biancavilla: ciò provocò un repentino incremento demografico, visto che in pochi anni la popolazione raddoppiò.

Le nuove esigenze di culto, pertanto, spinsero all'ampliamento delle esistenti chiese come si evince da alcuni documenti d'archivio di seguito riportati:

l'impianto originario, così come risulta dalle descrizioni dell'epoca, era ad una "nave" cioè ad aula unica, per cui la chiesa occupava verosimilmente l'area dell'attuale presbiterio e doveva avere, in larghezza, le dimensioni del coro:

la data 1718, riportata sui cartigli di entrambe le cappelle latistanti il coro avalla questa ipotesi; pertanto, l'ampliamento consistette nell'aggiunta delle due cappelle, del transetto e delle navate. L'intera estensione attuale della chiesa è stata utilizzata per secoli quale cimitero sino alla fine dell'Ottocento: si ha notizia, tra l'altro, della tumulazione dell'artista Giuseppe Tamo da Brescia morto a Biancavilla nel 1731 all'età di 44 (come
 
riportato nell'atto di morte).

Intorno al 1713 iniziarono i lavori di ampliamento; la chiesa assunse la forma e le dimensioni attuali e fu dotata del prospetto, ormai scomparso dietro la facciata del Sada, di cui tuttora rimane qualche traccia. I precedenti lavori si conclusero verosimilmente intorno all'anno 1722.

Altra data importante è quella del 1908 che vide l'inizio d
 
ei lavori per la realizzazione del nuovo progetto di Carlo Sada da Milano (nacque a Milano nel 1849. Dopo aver lavorato in Piemonte, si trasferì a Catania nel 1880 dove realizzò i lavori e l'arredo del teatro Massimo Bellini e nel 1899 a Biancavilla progettò il campanile della chiesa Madre dedicata alla Madonna dell'Elemosina, morì probabilmente nel 1924). In verità l'architetto Sada non vide mai il prospetto ultimato poiché i detti lavori furono interrotti a più riprese e terminarono ben oltre la data della sua morte.
Gli ultimi consistenti lavori, riguardarono la riconfigurazione dell'area presbiterale; tali lavori sono stati promossi dall'attuale parroco padre Giovambattista Zappalà.

Il progetto generale è dovuto agli architetti Salvatore Papotto e Alfio Milazzo (lavori conclusi nel 2002). Per quanto riguarda invece la progettazione specifica della pavimentazione, della mensa e dell'ambone, progetto e direzione dei lavori sono dell'architetto Salvatore Papotto; l'inaugurazione è avvenuta il 25 marzo 2004.

 

 

 

 

 

L'interno 

 

La chiesa ha un impianto basilicale a tre navate suddivise in quattro campate, dotata di transetto che precede l'area presbiterale:

questa è composta da un ampio coro absidato e da due cappelle laterali (derivate dagli antichi pròthesis e diacònicon) che concludono
visivamente le navate laterali dedicate, rispettivamente, alla Madonna Annunziata (oggi del SS. Sacramento) e alla Madonna del Carmelo. La spazialità interna è scandita da otto poderosi pilastri di sezione cruciforme, sormontati da archi a tutto sesto; le particolari dimensioni dei pilastri dell'intercolumnio contribuiscono notevolmente a rafforzare la sensazione di solennità e di misurato equilibrio classico.

All'interno trovano sette altari in marmo policromo: oltre a quello maggiore, quattro sono ubicati lungo le navate minori e delle due cappelle laterali (due per lato) si trovano in corrispondenza della seconda e quarta campata addossati a nicchie. Tra tutti spicca per pregio quello collocato nella cappella dell'Annunziata, risalente al Settecento e lavorato ad intarsi a rilievo policromi; di notevole interesse è anche l'altare posto sulla parete destra, seconda campata, dedicato a San Vincenzo Ferreri. L'Area presbiterale, è sollevata di tre gradini rispetto alla quota di calpestio interna, le cappelle laterali di un gradino. La navata centrale (sino al catino absidale) ed il transetto sono internamente concluse da volte a botte a tutto sesto così come le cappelle laterali, mentre le campate delle navate minori sono voltate a crociera. Tutti gli spazi che incrociano o guardano il transetto sono demarcati da archivolti rilevati; in particolare, gli arconi della crociera centrale sono decorati da pitture a finti stucchi.

La finitura interna è molto semplice: pareti e pilastri sono rifinite ad intonaco ed una ampia trabeazione di ordine dorico, lavorata a stucco, decora ininterrottamente la navata centrale, il transetto e l'abside.

 

 

 

 

Il ciclo pittorico di Giuseppe Tamo da Brescia

 

L'intera superficie interna della chiesa (pilastri compresi) era ricoperta dalle pitture di Giuseppe Tamo da Brescia (e da probabili aiuti locali). Ma già nel 1867 alcuni documenti d'archivio riportano notizie sullo stato precario della chiesa definita "sommamente sprovveduta di arredi e malconcia nelle fabbriche e nelle pitture" - rendiconto del canonico Placido Rubino -.

Sebbene all'inizio del Novecento i lavori del nuovo prospetto di Carlo Sada catalizzarono l'attenzione maggiore, è doveroso dire che tutta l'intera fabbrica fu interessata da interventi di consolidamento.

Pertanto la scomparsa degli affreschi del Tamo non può essere ricondotta a maldestri inalbamenti recenti, ma alla scarsa manutenzione della chiesa nel corso dei secoli.

Se oggi è possibile ammirare alcuni affreschi ancora integri, ciò è dovuto al fatto che questi sono ubicati proprio in corrispondenza delle parti strutturalmente più solide della chiesa (area presbiterale e transetto).

Il Barocco pittorico di Tamo , luminoso, ricco nelle tinte e nella disposizione figurativa, costituisce un unicum nell'intero panorama artistico etneo.

Si tratta di pitture realizzate a "mezzo fresco", nel periodo che va dal1722 al 1731, anno in cui l'artista morì improvvisamente mentre attendeva ad ulteriori incarichi nella stessa Biancavilla.

Il ciclo pittorico, corretto ed innovativo dal punto di vista formale ed iconologico, ci induce a pensare sia ad una sapiente regia pronta a dettarne i temi, sia ad una consumata esperienza dell'artista: la verità, la ricchezza dei personaggi e del loro atteggiamento, l'espressività dei volti e delle posture, i colori vivaci e brillanti mostrano chiare influenze venete. Tamo conobbe sicuramente la grande pittura veneta (Paolo Caliari, Jacopo Robusti, Jacopo da Ponte), ma, come precisato dallo storico L. Anelli, sicuramente di seconda mano.

La qualità dell'apparato decorativo e delle quadrature a finti stucchi che incorniciano le scene lascia pensare ad una formazione del pittore come quadraturista: questa attività lo portò a contatto con autori e contesti importanti, di primissima qualità.

Una volta in Sicilia sfruttò le conoscenze acquisite assumendo il ruolo di artista completo, ed ebbe così l'opportunità di esprimersi liberamente in un contesto lontano dai circuiti artistici ufficiali.

Non bisogna commettere l'errore di giudicare le pitture dell'Annunziata da un punto di vista strettamente qualitativo: è chiaro che non sono state condotte da una mano "felicissima"; la bellezza e l'originalità dell'intero ciclo pittorico consiste, invece, nella freschezza e nella novità compositiva e figurativa.

 

 

Le opere

 

 
 - Olio su tela raffigurante San Francesco di Paola. Quest'opera è stata portata
probabilmente a Biancavilla dai frati minimi di Paola intorno al 1746. Opera del Seicento, ben condotta e molto espressiva, riproduce l'immagine del Santo investito di una luce radente. Il potente effetto della luce nelle mani e nel volto fa risaltare prepotentemente la volumetria attraverso un gioco di contrasti tra luci ed ombre tipico della pittura barocca. Recentemente restaurata, la tela presenta diverse stratificazioni dovute da interventi e restauri subiti le corso dei secoli.

 

 
 
 
 
- Altare marmoreo dedicato all'Ecce Homo. La statua lignea sovrastante l'altare è stata realizzata dal concittadino sacerdote Placido Portale.
Particolarmente venerata dalla comunità parrocchiale e portata in processione la sera del venerdì Santo. La figura suscita grande emotività e commozione nello spettatore colpito dal martoriato corpo e dal volto segnato dall'umana sofferenza.

 

 

 

- Olio su tela raffigurante S.Antonio Abate (cm.215x142).L'opera è stata dichiarata monumento nazionale. Erroneamente attribuita al Biancavillese Bernadino Neri (detto Niger o Nigro); lo storico Biancavillese Can.Placido Bucolo (autore della prima Storia di Biancavilla) attribuisce l'opera al Nigro e nel contempo la data alla fine del Seicento; ciò è impossibile per due ragioni:

a) Il Nigro fu attivo tra la prima e la seconda metà del Cinquecento: b) non vi è congruenza stilistica con le altre opere conosciute dell'autore. Per decenni l'opera non è stata esposta a causa del suo cattivo stato di conservazione. Un recente
 
restauro ne permette la rilettura, sebbene la stratificazione di passati interventi ne ha sicuramente alterato l'originaria fattura. La grande figura del santo, posta al centro della composizione occupa la parte centrale della tela; San Antonio regge sulla mano destra il tradizionale bastone ligneo con campanella, e sulla sinistra un tomo simbolicamente segnato da una mistica fiamma. Ai suoi piedi, un putto dalle gentili fattezze dona una mitria ed il baculo simboli dell'autorità abbazziale.

 

- Altare marmoreo dedicato a S.Antonio Abate. La statua lignea raffigurante il santo in cattedra vestito con i paludamenti abbaziali sembra molto antica. Di autore ignoto ci mostra S.Antonio in atto benedicente; la postura è frontale e solenne; il
mantello dorato, simbolo di trascendenza, ne enfatizza la spiritualità. Sicuramente interventi di restauro passati ne hanno alterato l'aspetto ed i colori originari.

 

- Martirio di S. Apollonia (pittura eseguita con tecnica del "mezzo fresco" da Giuseppe Tamo da Brescia tra il 1722 ed il 1731).

La scena rappresenta il martirio della Santa avvenuto nel 249 d.c. ad Alessandria d'Egitto sotto l'imperatore Decio. Da i riferimenti architettonici che fanno da sfondo, nonché dai costumi e dall'apparato scenico del supplizio si evince chiaramente una profonda cognizione storica di fatti tale da fare pensare alla " Legenda Aurea " di Jacopo da Varazze (1230-1298). Escludendo alcuni impropri restauri, consistiti in vere e proprie ridipinture, l'affresco mantiene ancora una grande freschezza nella ricchezza dei personaggi e del loro atteggiamento, Nei particolari architettonici che denotano una profonda conoscenza del linguaggio classico, e nella impostazione scenografica attenta e dettagliata. Tra le figure, quasi tutte ben condotte, emergono per qualità espressiva quella del soldato romano seduto in basso a sinistra, quella del cavaliere e del cavallo bianco, e la moltitudine degli astanti correlati nei sentimenti di meraviglia, odio e pietà attraverso un gioco di sguardi. Tamo non dimentica di essere un quadraturista e ripropone tutto il proprio repertorio bresciano nei cartigli delle cornici, nelle architetture dipinte, negli scorci prospettici.

 

- Cappella dell'Annunziata. Contiene il pregiato altare a tarsie marmoree rilevate, posto sulla parete di fondo; sopra l'altare una nicchia elegantemente incorniciata è sovrastata da due angeli che reggono un
cartiglio barocco, il tutto lavorato a stucco; vi si trovava un olio su tela raffigurante l'Annunciazione, probabilmente opera di P. Rapisarda del XIX sec. Scomparsa a causa di un incendio nel 1950 circa. Nel
2004, per volontà del parroco Don Giovambattista Zappalà, è stata acquistata una nuova tela raffigurante l'Annunciazione (opera di G. Giuffrida). Sulla parete di sinistra si trovava una pittura parietale del Tamo raffigurante la natività di Maria, oggi del tutto cancellata; rimane soltanto il riquadro lavorato in stucco a rilievo.

Sulla parete di fronte, sempre di G. Tamo, è raffigurata la visita di Maria a S.Elisabetta, lavorata a "mezzo fresco" e molto rovinata dall'umidità. Ma dopo un recente restauro, si evince chiaramente la mano di Tamo, nei panneggi vaporosi, nello scambio di sentimenti tra S. Elisabetta e la Madonna e soprattutto nell'apparato scenografico che fa da sfondo.

Sulla volta, infine, e rappresentata l'incoronazione di Maria posta al centro della SS.Trinità. Su tale opera è doveroso dire che è stata sicuramente dipinta dal Tamo, ma oggi, non possiamo attribuirla alla mano del Tamo a causa di una probabile ridipintura totale.

 

- Coro. Indubbiamente la parte più bella e pregiata artisticamente, ricoperta totalmente dalle pitture del Tamo. Vi si trovano le scene salienti della vita di Maria a cui il Tempio è dedicato; è superfluo aggiungere che la scena chiave (l'Annunciazione) trovasi nel catino absidale in quanto la chiesa è priva di cupola. L'insieme dell'apparato figurativo e delle quadrature annullano la fisicità dello spazio architettonico e conferiscono all'insieme la teatralità tipica del barocco bresciano-veneto.

 

A) Sulla parete sinistra è raffigurata l'adorazione dei Magi. La scena è rovinata nell'angolo in basso a destra ove la tradizione vuole vi fosse rappresentato un servo
(autoritratto del Tamo) nell'atto di aprire la cassa dei doni. La geometria dell'intera scena è governata da due diagonali convergenti nella figura del re prostrato ai piedi del Bambino; una colonna classica sullo sfondo focalizza l'attenzione dello spettatore.

Il silenzio la meraviglia dei Magi dinanzi alla Sacra Famiglia contrasta fortemente con l'atteggiamento dei servi sullo sfondo, distratti e per nulla partecipi del divino evento. Evidenti sono i richiami all'ambiente bresciano: la cometa ed i cammelli (cavalli dal collo allungato) trovano numerose analogie con opere del Cossali e di Agostino Galeazzi.

 

B) Proseguendo in senso orario si trova la scena della fuga in Egitto. l'intera parte inferiore, purtroppo, è inesorabilmente cancellata; quello che rimane comunque e di pregevole qualità:
la scena è condotta con freschezza ed efficacia: la luce, il rosa del cielo in contrasto con le tinte azzurre dei monti in lontananza riportano il coevo di matrice veneta. Ancora una volta emerge l'illuminata regia o la consumata conoscenza dell'artista sui fatti biblici: l'angelo che porge un dattero alla Vergine, infatti, è tratto dalle storie dei vangeli apocrifi.

 

C) Presentazione di Maria al tempio, rovinata nell'angolo sinistro dall'umidità in maniera irreversibile. Moderna ed innovativa, l'intera scena sembra un fotogramma che blocca un attimo saliente della vita di S.Anna e S.Gioacchino: le due figure poste in primo piano sono ritratte da tergo nell'atto di salire le scale mentre discutono tra loro accompagnando la giovane Maria. La sensazione di profondità spaziale è resa magistralmente attraverso il calibrato scarto dimensionale tra le figure in primo piano e quelle dello sfondo con la figura della Vergine che fa da tramite. Una contrapposizione nei movimenti ed una emotività espressiva caratterizza quanti partecipano all'evento. Le architetture, prospetticamente corrette, sono condotte in maniera sintetica. Molto belli i panneggi, specie quelli di S.Gioacchino e S.Anna nei rossi tipici della tavolozza del Tamo.

 

D) Sposalizio della Vergine. A causa del profondo degrado dell'intera parte sinistra non è possibile osservare la figura della Madonna. La profondità dello spazio è resa attraverso l'ampia gradinata di base ricoperta da un tappeto che enfatizza la solennità dell'evento.

Dominata dai colori rossi ha una impostazione simmetrica e piramidale imperniata sulle figure del sacerdote e degli sposi. A questa disposizione classica fa da contrappunto l'insieme delle figure poste al lato ritratte in maniera assolutamente libera e innovativa; si notino, ad esempio, l'atteggiamento dell'anziana donna posta dietro la cornice, che col capo si affaccia verso lo spettatore invitandolo ad assistere alla scena, il modello issatosi sulla colonna per vedere meglio, la famiglia posta in basso sulla destra (quasi un preludio della Sacra Famiglia), ed il personaggio prettamente veneto con un lussuoso abito di velluto verde e mantello rosso.

 

E) Catino absidale: Annunciazione di Maria. Un cielo mistico e dorato irradia una potente luce che squarcia ed annulla lo spazio chiuso della camera verginale. Dalle nubi, figure di putti, ripresi con abilità dal sotto
in su, recano i simboli della regalità divina; gli angeli diventano sempre più evanescenti sino ad annullarsi in prossimità del centro dominato dalla luce sfolgorante dello Spirito Santo. L'insieme della composizione ha una resa cromatica potente grazie alla contrapposizione di tinte calde e fredde. L'iconografia inconsueta e particolarmente studiata, pone la figura della Vergine sul lato sinistro e l'angelo a destra.

 

F) Volta del coro. E' indubbiamente la parte che ha impegnato maggiormente l'artista sia per le difficoltà tecniche, sia per il tipo di rappresentazione, privo di riferimenti spaziali. Al centro, avvolta da una luminosa nube, la figura del Padreterno domina la composizione; il potente gesto delle braccia e delle mani imprime movimento all'intera scena: angeli, putti, cherubini e serafini sospinti dal turbinio innescato
dal gesto divino, volteggiano attirati verso il centro. Ben condotte le figure di scorcio dal sotto in su. Il gioco di luci ed ombre, i contrasti tonali e le tinte brillanti conferiscono una tridimensionalità all'insieme di altissima qualità. All'imposta della volta, su una ricca cornice lavorata a finti rilievi in stucco risaltano quattro finte statue di cherubini condotte magistralmente dalla consumata esperienza del quadriturista Tamo. Il punto di vista ideale delle pitture della volta e del catino si trova in corrispondenza della crociera.

 

- Cappella della Madonna del Carmelo. Il ciclo decorativo dell'intera cappella è legato all'ordine dei Carmelitani. Posta sulla parete di fondo, sopra l'altare marmoreo, una nicchia elegantemente incorniciata a stucco colorato e dorato è sovrastata da due statue, anche queste in stucco colorato, di angeli che reggono un cartiglio barocco; contiene un olio su tela raffigurante
la Vergine Maria che mostra lo scapolare a San Simone Stock e fa riferimento all'apparizione mariana avvenuta nel 1251 nel carmelo inglese di Aylesford (nota di Marcella Spanò Garsia); è una probabile opera di P. Rapisarda del XIX sec. Sulla parete sinistra il
profeta Elia (considerato in epoca passata il fondatore dell'Ordine) in abito carmelitano, con il classico attributo della spada di fuoco, osserva l'apparizione della Madonna su una nube (nota di Marcella Spanò Garsia). Sulla parete di fronte si trova S. Angelo, primo santo dell'ordine che morì pugnalato a Licata nel 1220 (nota di Marcella Spanò Garsia).
Sulla volta, opera certa di Tamo, vi è raffigurata l'estasi o glorificazione della Santa Teresa d'Avila inscritta in una cornice ottagonale dipinta a fresco; questa pittura è molto rovinata ma delle parti tuttora leggibili è possibile riconoscere la qualità pittorica e l'uniformità stilistica dell'autore. La statua lignea della Madonna del Carmelo, posta al centro della cappella costituisce sicuramente l'opera artisticamente più apprezzabile.
Scolpita da Giuseppe Licitra da Ragusa risale al Settecento. La figura della Vergine che tiene in mano il Bambino poggia su una nube argentata; indossa un abito dorato ed è coperta da un ricco manto blu adornato di piccole stelle. Ben proporzionata e ben lavorata, commuove per lo sguardo soave e materno.

 

- Martirio di S.Agata (pittura eseguita con tecnica del "mezzo fresco" da Giuseppe Tamo da Brescia tra il 1722). La scena ci mostra il martirio della Santa avvenuto il 5 febbraio 251. Sotto lo sguardo terribile e giudicatore di Quinziano, seduto su un alto trono, due sgherri minacciano la Santa: il primo la invita ad adorare l'idolo che tiene in mano, mentre il carnefice si appresta a reciderle i seni; un servo posto ai piedi della Santa regge un vassoio, pronto a raccogliere il macabro "frutto" del martirio. La tradizione vuole che Agata indossasse una semplice tunica da schiava, così così come era d'uso tra le vergini cristiane consacrate;
il Tamo, invece, la raffigura elegantemente vestita con abiti nobiliari nell'interno di ricordarne il ceto. La scena è ambientata all'interno di un edificio con chiari riferimenti alle architetture romane destinate allo spettacolo. La martire è legata ad una colonna, posta al centro dell'intera composizione; questa sostituisce il simbolo del martirio, solitamente segnato dalla palma. Le tinte fredde del grigio e del verde scuro dominano l'intera composizione: spiccano soltanto il mantello di Quinziano e quello di Agata entrambi rossi. E' d'uopo precisare che molte parti sono state ritoccate e ridipinte nel corso di passati interventi; si noti per esempio la pessima qualità dei due cani, e di alcuni particolari anatomici dei personaggi.

 

- Altare marmoreo e crocifisso ligneo. La nicchia,
così come le altre è demarcata da una cornice lavorata a stucco rilevato; le decorazioni rimandano a quelle degli affreschi. Vi si trova un crocifisso ligneo di Placido Portale, risalente al XIX sec. La figura del Christus patiens, ben modellata e ben condotta nelle colorite si contrappone alla scura Croce orlata d'oro.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
- Copia dell'icona raffigurante Maria SS. dell'Elemosina. Sopra il confessionale si trova un olio riproducente l'icona custodita nella Basilica Collegiata. Sembra si tratti della prima copia della preziosa tavola bizantina; è sicuramente un opera molto antica, risalente alla prima metà del Seicento, di autore ignoto. Una ricca cornice lignea di stile barocco, traforata e lavorata a rilievo, completa l'opera; la maestosità e l'eleganza di tale cornice catalizza l'attenzione
dell'osservatore più su di sé che sulla pittura. Il dipinto, malgrado sia stato oggetto di recenti restauri, ha perduto irreparabilmente l'originario aspetto.

 

- Altare marmoreo dedicato a San Vincenzo Ferrer. In una nicchia, sopra il pregiato altare lavorato ad intarsi policromi, si trova la statua lignea raffigurante San Vincenzo Ferreri. In abiti domenicani. Il santo e raffigurato nell'atto della predicazione; il gesto della mano destra, con cui indica il cielo, e della mano sinistra che regge il compendio dei suoi insegnamenti, contenuto nel "Trattato sulla vita spirituale", ne sottolineano il ruolo di grande predicatore. Vissuto tra il 1350 e il 1419 il catalano Ferrer si distinse per la
predicazione apocalittica tanto da essere appellato "Angelo del giudizio": per questo motivo si suole rappresentarlo con le ali. Inoltre Dio gli aveva concesso il dono delle lingue; ciò spiega la presenza della fiammella dello Spirito Santo sul suo capo.

 

- Olio su tela raffigurante la Vergine Immacolata. Probabile opera dell'Ottocento del cittadino P.Rapisarda. Da tutti considerata una copia del Murillo, si tratta piuttosto della riproduzione di un opera dell'artista spagnolo Escalar o Escalantes custodita a Praga.

 

 

 

 

- Navata centrale. Sulla volta pitture a mezzo fresco eseguite da Giuseppe Tamo da
Brescia tra il 1722 e il 1731 raffigurano il re Davide (capostipite di Gesù) ed i due profeti che hanno parlato dell'Incarnazione.

Procedendo dall'ingresso verso l'altare, troviamo:

 

 

A) il profeta Geremia,
seduto sui ruderi classici, recante la scritta in parte cancellata

"et adora Jeremie";

B) il re Davide, ritto su un podio in posa autoritaria, con in mano un nastro su cui è scritto "Domu tuam decet sanctitudo Dav" C) il profeta Ezechiele seduto anch'esso su resti classici, è raffigurato nell'atto di ruotare il busto indicando l'alto con il braccio destro, mentre la mano sinistra regge la scritta "Haec est porta orientalis Ezec".

 

 

 

I tre personaggi sono inseriti in fastosissime cornici dipinte, tipiche
dell'arte quadriturista. Le figure, rappresentate dal sotto in su, hanno un aspetto solenne di grande effetto plastico. In generale tutte le pitture delle volte sono quelle meno restaurate, considerata la difficoltà di approntare ponteggi e quindi più originali.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
- Crociera. Dopo il coro, il transetto contiene il ciclo decorativo e pittorico di maggior pregio artistico e stilistico. I quattro spettacolari medaglioni della crociera, decorati con foglie, finti rilievi a stucco, putti dalle
prospettive mirabolanti, contengono le figure maestose dei quattro evangelisti accompagnati dai rispettivi simboli: San Matteo con l'angelo, San Luca col bue, San Giovanni con l'aquila e San Marco con il leone.

Tutte le figure emergono da un fondo scuro avvitandosi nello spazio ed acquisendo tridimensionalità grazie alla sapiente maestria dell'artista nel condurre ombre e colori.

In questa opera Tamo raggiunge vertici qualitativi non comuni alle altre pitture; sembra divertirsi sfoggiando le sue doti di virtuoso ed il suo barocco, con una semplicità e rapidità degna dei grandi artisti.

 

- Transetto. Sul lato sinistro del transetto campeggia maestosamente la figura sdraiata del profeta Aggeo recante nella mano alzata la scritta
"Magna erit gloria domus istius. Aggaei Cap. II".
Sul lato opposto il profeta Isaia disteso sulle rocce porta la scritta "Aperiatur terra et germinet Salvatorem". Le due pitture sono inserite in due ovali circondati da fastose cornici dipinte da cui pendono ricchi festoni.
La potenza fisica nonché l'aspetto solenne delle figure sottolinea l'autorità e la dignità dei personaggi.

 

 

 

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Feriale: S. Messa alle ore 18.30;

Domenicale: Ss. Messe alle ore 8 - 10 - 12 - 18.30;

Esposizione del SS. Sacramento: tutti i giovedì dalle ore 19 alle ore 20

 

 

 

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